Italiani che vivono all’estero e cibo, una relazione complicata

expat e cucina

Io sono una expat, una di quelle che ha consapevolmente scelto di lasciare l’Italia per andare a vivere all’estero: sia chiaro, non perchè avessi problemi con la giustizia ma semplicemente per la voglia di sentirsi bene e sentirsi “accolti” da un Paese completamente diverso dal nostro. Quando lo racconto la reazione è sempre la stessa, un “wow” generalizzato che si concretizza nella frase “io non lo potrei mai fare, non so come abbiate fatto” o nella frase “però l’Italia è sempre l’Italia”; quelli che lo vengono a sapere credono che io abbia fatto chissà che azione eroica che loro non farebbero mai, come se avessi trovato il rimedio per il cancro, ecco. Questo comunque non è un post dedicato al fatto che io sono espatriata ma è dedicato a come gli italiani che abitano all’estero si rapportano con il cibo 😀

Come al solito il post, che fa parte di quelli taggati sotto la categoria delle opinioni non richieste, è frutto dell’osservazione sfrenata e senza inibizione dei miei connazionali all’estero; se qualcuno degli italo-dublinesi mi legge sappia che ho osservato pure loro e quindi se non mi volete più alle cene non posso che biasimarvi e farvi un applauso 😀

– Gli irriducibili: sono quelli che “la cucina italiana è unica”, quelli che non ammettono niente se non un bel piatto di spaghetti alla carbonara o una bella pizza c’a pummarola ‘ncoppa e quando gli capita di assaggiare la cucina del posto in cui vivono non riescono a trattenere l’infelice frase “eh, ma come si mangia in Italia…”. Al ristorante italiano c’hanno da ridire pure se il cuoco è di Filettino e l’acqua arriva dalle sorgenti dolomitiche. Fanno razzia di prodotti italiani come se non ci fosse un domani, ordinano lasagna pure se sono al ristorante vietnamita e comunque il loro commento negativo, con tanto di scuotimento di testa, non può mancare.

– I resistenti: a differenza degli irriducibili, loro al ristorante locale ci vanno ma ordinano pasta e cibo italiano incuranti del fatto che si tratta di inganni e che il sapore non sarà mai come quello che ci si aspetta. Non si sa se lo facciano apposta oppure no ma di fatto sembrano quasi godere quando, di fronte alla lasagna-non lasagna che gli viene servita insieme ad una montagna di insalata e al pane all’aglio, si lasciano scappare la frase “ma che è ‘sta roba?”. Non capiscono la differenza tra Grana e Reggiano ma fanno finta di essere dei veri estimatori delle cose buone e si giustificano per le loro scelte sostenendo di aver imparato a giudicare la qualità di un ristorante da come cucina il cibo italiano. Non sanno che Jamie Oliver non cucina italiano e sono certi che sia il più grande rappresentante straniero della cucina italiana nel mondo.

– I diffidenti: assaggiano tutto quello che passa il convento, fanno paragoni, cercano uno stimolo e quando lo trovano sono pronti a cambiare idea. Affinchè il cibo autoctono passi il loro esame deve essere davvero davvero buono e locale, non deve essere una contaminazione di sapori e di idee e non esiste, per esempio, che la pasta venga servita in un ristorante che non sia italiano e non sia gestito da italiani. Guardano tutti con l’aria di chi la sa sempre più lunga degli altri ma smentirli è un attimo: mettetegli davanti del vino buono e cadranno ai piedi del ristoratore, italiano, locale o cinese. 😀

– I dissidenti: quando si sono trasferiti hanno stretto un patto con sè stessi dichiarando che avrebbero mangiato italiano solo e soltanto a casa senza mai pagare per farlo. Ci riescono bene fino a quando qualcuno non li trascina dall’italiano sotto casa dove fanno finta di non parlare italiano e di non capire nulla. La confidenza che danno ai camerieri italiani e allo chef italiano è pari a zero e non si lasciano mai e poi mai andare a commenti sul cibo ma non lesinano commenti sugli italiani che frequentano il locale a colpi di “ma statevene a casa” (con un riconoscibilissimo accento romano, tanto per usare l’anonimato 😀 ) o “boh, io certa gente proprio non la capisco”. Sanno bene che Jamie Oliver è un fake da cui stare alla larga e se ne vedono bene dall’acquistare tutti i prodotti simil-italiani con su scritto “made in Poland for…”.

Non sono certa che questa classificazione sia esaustiva ma sono certa di una cosa: che si sia irriducibili o dissidenti, dopo un po’ di tempo che si vive all’estero la voglia di andare al ristorante italiano viene. Eccome se viene. Io mi sono ritrovata a canticchiare Venditti in una pizzeria romana di Dublino pur facendo parte della categoria dei dissidenti e ad essere fiera di aver introdotto i miei irish friends nel favoloso mondo degli straccetti alla romana. No, non me ne vergogno mica… è che se dobbiamo salvare qualcosa del nostro Paese, la cucina sicuramente è la cosa principale 🙂