La cucina consapevole, i bisogni indotti e il problema dell’onestà

Chi mi legge ma soprattutto chi mi conosce sa che io non sono proprio il tipo da “tutto biologico, tutto comprato dal contadino, tutto coltivato sul balcone di casa, tutto fatto in casa” sia perché non ho il tempo sia perché non ho la pazienza sia perché non credo che le produzioni industriali siano (sempre) il male. Però da oltre un mese vivo sulla pelle quello che in Irlanda è stato chiamato l’horsegate e che ha raggiunto pure l’Italia: carne di cavallo presente, anche in percentuali basse, su prodotti dove non dovrebbe essere. Ed è un mese che, per lavoro e per passione (sono figlia di una macellaia, conosco la carne, non compro carne di un certo tipo, in passato ho lavorato per un brand poco etico e sono scappata, so di cosa parlo. Purtroppo.), vado indagando i motivi per cui ci si scandalizza tanto giungendo a conclusioni non troppo brillanti né geniali ma che voglio condividere (perché siccome mi si accusa di essere una snob allora faccio la snob seriamente).

Il problema non è tanto/solo la presenza di ingredienti dove non dovrebbero essere (che va a modificare la catena alimentare, alterare le fasi di ingestione/digestione e soprattutto potrebbe non essere controllata, è più economica, etc etc) quanto il fatto che dopo che per anni è stata spacciata come “priva di complicazioni” una dieta basata sull’acquisto di prodotti già pronti con tanto di cambi sulle etichette e dicitura “senza grassi, senza questo, senza quello, blablabla” ben sapendo che non è così, adesso ci si faccia venire l’ansia.

La storia è sempre la stessa e attiene alle regole del mercato: si creano dei bisogni e delle necessità e si fa in modo che la gente senta l’urgenza di adottare un certo stile di vita. Nel caso dei pronti, surgelati o freschi, si è passati dal considerare la cucina come un momento fondamentale e aggregante (almeno nel nostro Paese) al considerarla come un momento accessorio, uno dei tanti momenti da aggiungere alla lista delle “cose da fare” giornaliere puntando sulla carriera delle donne, sugli uomini single, su chi non ha tempo e non ha voglia ma vuole portare a tavola qualcosa di gustoso tutti i giorni (come se preparare un piatto di pasta fosse troppo difficile e di lunedì ci si debba per forza alimentare con i ravioli in busta!). Una concezione su cui i Paesi anglosassoni hanno fatto scuola, ritrovandosi intrappolati loro stessi in una scorretta idea di cibo ma, soprattutto, di educazione alimentare (e lasciate perdere Jamie Oliver visto che pure lui non scherza quanto a porcate e prodotti già pronti per essere riscaldati. Pietà, non lo tirate proprio in ballo).

Tutta questa pappa sui bisogni indotti solo per dire, senza pretesa di essere intelligente o innovativa ma semplicemente perché c’ho voglia di scrivere, che si sono generati dei veri e propri mostri, che siamo noi stessi un bisogno indotto e che è per questo motivo che ci ritroviamo quintalate di prodotti già pronti e solo da mettere dentro il microonde e ci vantiamo pure del fatto che in Italia si stia sviluppando una diversa sensibilità al tema, manco fosse questione di cui andare fieri.

Per quello che attiene il mondo dei foodblogger ci ritroviamo persone che criticano l’utilizzo di ingredienti non stagionali ma che poi si lasciano tentare da pacchi in confezione famiglia di polli allevati in chissà che modo (in questo preciso momento, settimana del 18 febbraio 2013, c’é un’invasione di polli dappertutto, manco avessero aperto le gabbie e senza alcun ritegno!), panna da cucina che manco l’olio dei freni, uova surrogate.

Insomma, pur di giustificarci siamo arrivati ad accettare le contraddizioni più assurde e poi ci scandalizziamo perché ci sono i tortellini con l’1% di carne di cavallo e cominciamo a dire “no, io non l’ho mai mangiati”, “scherziamo? Io la lasagna me la faccio a casa” dimenticandoci che l’Italia da qualche anno a questa parte è tra le maggiori consumatrici di prodotti ready to cook e che nei pacchi regalo gentilmente offerti dalle aziende (multinazionali e non) a noi foodblogger ci sono anche prodotti discutibili su cui però non discutiamo.

Ribadisco il concetto: non sono una talebana (tranne che per quel che riguarda la cucina romana, lasciatemi stare proprio!) ma davvero vi scandalizzate per della carne di cavallo nei tortellini? Davvero vi viene l’ansia al pensiero? Vi siete mai scandalizzati per tutte le porcate che avete mangiato come consumatori, che avete ricevuto gratis e accettato senza porvi il minimo problema, che avete assecondato perché “è il progresso, la nuova cucina del futuro” o ancora peggio perché “io prima assaggio poi giudico”?

Che si sia o meno foodblogger, prima di fare la paternale sulla stagionalità (sì, io le zucchine le uso a gennaio perché qua si trovano sempre visto che non vengono coltivate in Irlanda quindi sarebbero sempre fuori stagione, non è proprio difficile da capire!), prima di pensare a scattare belle foto, prima di partecipare a tutti gli eventi dell’universo, prima di fare i paladini del niente, forse, è bene iniziare a leggere le etichette, ad informarsi (chiedete a Sandra pareri sugli allevamenti di pollo perché io non posso esprimermi in questo senso), a scegliere (anche) in base al prezzo (se un pacco di pasta costa 30 centesimi ci sarà un motivo, che dite?), a dire no quando si viene contattati “in esclusiva” per provare nuovi prodotti e ingredienti innovativi, a comprare criticamente perché la merendina non è il male assoluto ma è il male assoluto pensare che non ci sia niente di strano tra gli ingredienti.

(Lo aggiungo tra parentesi perché so che qualcuno potrebbe scatenare la polemica: lo so che c’è la crisi e si compra al discount perché non si arriva a fine mese ma se ci fosse qualcuno che chiarisse che l’acquisto di prodotti fidati, di ingredienti tracciati magari spendendo un pochino più del proprio tempo andando in giro per mercati o cercando i Gruppi d’Acquisto Solidale si potrebbe far capire a tutti che si risparmia, ci si guadagna in salute e si ha una consapevolezza maggiore di cio’ che si mangia.).